Invidia e gelosia… sono la stessa cosa?

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No… sono due emozioni che vanno a braccetto, due parassiti che si alimentano a vicenda.

Di questo, soprattutto, si è parlato oggi nella terza tappa del viaggio nella scrittura creativa: di invidia e di gelosia, quando le abbiamo provate, chi o cosa le fa venire fuori, come imparare a riconoscerle e a gestirle.

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I bambini della 4 B della scuola primaria “A. Amarelli” (Porta di Ferro – Rossano)– come vedi nelle foto di questo post – hanno ricordato vari episodi della loro vita, hanno imparato a riconoscere quando sono stati invidiosi e quando sono stati gelosi, e poi hanno scritto tutte le sensazioni provate. Cosa non facile ma terapeutica.

La gelosia riguarda ciò che consideriamo nostro, l’invidia nasce da ciò che possiede qualcun altro. Sono due sanguisughe che, se lasciate libere di agire dentro di noi, pian piano divorano le emozioni positive: l’allegria e la condivisione, per esempio, e ci rendono prigionieri.

Quando le trascuriamo, noi proviamo tristezza, rabbia, insoddisfazione. Ci sentiamo depressi e non stimiamo gli altri.

Ma di questo ci occuperemo nel prossimo incontro del Laboratorio “Io scrivo con letizia”.

Anche stavolta devo complimentarmi con questi meravigliosi scrittori in erba, con i loro genitori e con le loro insegnanti: Maria Antonietta Ruperto, Emilia Rivitti, Gelsomina Ierimonte. Se il laboratorio, ad ogni tappa, ci emoziona, ci meraviglia e ci fa crescere è grazie alle sinergie di tutti. Senza invida e senza gelosia.

Letizia Guagliardi

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Ti ho trovato!

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I rappresentanti del Miur, arrivati nella nostra scuola l’11 febbraio per la comunicazione ufficiale

Questo è il titolo che io e 12 miei studenti (di 4 e 5 A Elettronica –ITIS “E. Majorana” –Rossano) abbiamo messo alla sceneggiatura teatrale scritta e poi inviata al MIUR lo scorso novembre.

Ci avevamo messo tanto in questa nostra scrittura, iniziata con uno spunto preso dalla realtà: un adolescente, Giuseppe, che ha perso la madre e vive un rapporto molto conflittuale con il padre, chiuso nel suo dolore e non più capace di prendersi cura di lui.

Ma poi, come avviene ogni volta che si va avanti a raccontare, la storia si è arricchita con altre situazioni, altri conflitti, altre matasse da dipanare. Non è stato facile affrontare, ogni volta, una nuova sfida ma… ormai eravamo in ballo e non volevamo fermarci.

Non sono mancati i momenti difficili, la sensazione di esserci addentrati su un terreno delicato e pieno di rovi, la tentazione di eliminare parecchi sviluppi che ci hanno tormentato non poco.

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I ragazzi vincitori insieme a Giorgio Zorcù e Sara Donzelli, dell’Accademia Mutamenti, che collabora con il Miur. Con loro la nostra opera sarà rappresentata il 27 marzo al teatro “Vascello” di Roma

Il 19 novembre la magia tanto attesa c’è stata: tutta la sceneggiatura era terminata, revisionata, corretta, ricorretta e… inviata! Appena in tempo: il giorno dopo scadeva il concorso “Scrivere il teatro” – bandito dal MIUR e dall’ITI (International Theatre Institute) – con lo scopo di invitare i ragazzi a misurarsi con la scrittura scenica.

Abbiamo lasciato andare la nostra opera (ormai non più solo nostra) per farla esaminare e valutare da una giuria di esperti del settore. Di tanto in tanto… un pensiero veloce, lieve come una carezza, a quella storia che abbiamo amato fin da subito.

Il 19 gennaio, esattamente due mesi dopo, una telefonata dal MIUR. Fra tutte le opere ricevute (300) ne avevano selezionato, alla fine, solo tre. In queste tre… c’era la nostra. Tre finalisti, un solo podio. Stavano effettuando, quindi, un’ulteriore, attentissima analisi  e ci avrebbero fatto sapere, a breve, il verdetto finale.

È cominciata l’attesa. Ci siamo immaginati la nostra creatura rivoltata come un calzino, osservata nei minimi dettagli, soppesata parola per parola, frase dopo frase.

La mattina del 22 ero in classe e il mio cellulare l’ho lasciato acceso, come il giorno prima. Avevo salvato il contatto del MIUR e mi ero concessa di rispondere solo se sul display compariva quel numero. Verso le 9 sentiamo squillare… era proprio il mio telefono. L’ho preso dalla tasca della borsa, ho sbirciato il numero…  e ho risposto.

-Professoressa Guagliardi… congratulazioni! Abbiamo il piacere di comunicarvi che….

Non ricordo molto di quella telefonata perché in classe, nel frattempo, c’è stato un boato (meno male che hanno telefonato, subito dopo, alla Dirigente, Pina De Martino).

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L’attrice Sara Donzelli mentre mostra come rappresentare una scena.

Ricordo, però, le due lacrime che mi sono scese sulle guance e gli sguardi dei miei alunni, un misto di gioia e di incredulità.

Momenti impagabili, uno dei tanti che regala la scrittura fatta con impegno, passione e serietà.

La musica è ricominciata., siamo di nuovo in ballo. Ora ci aspetta la residenza artistica a Cinigiano (Gr) e poi la messa in scena a Roma il 27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro.

“Ti ho trovato!”, ora sulla carta, prenderà vita su un palcoscenico; i miei alunni da autori diventeranno attori e io… vedrò realizzato un altro piccolo sogno.

Letizia Guagliardi

Brrr… che paura!

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Nella seconda tappa del nostro viaggio nel mondo delle parole io e i bambini della 4 B (Scuola primaria “A. Amarelli”, Porta di Ferro – Rossano) abbiamo incontrato la… paura! E abbiamo scoperto che se ne parliamo e poi ne scriviamo…  la paura non fa più… paura!

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Ogni scrittore sa che deve stare attento al mondo che lo circonda, deve saper osservare e ascoltare; deve, soprattutto, riconoscere le emozioni. Nelle foto di questo post i bambini stanno raccontando di quella volta che hanno avuto davvero paura, cosa hanno provato, se e come l’hanno affrontata.

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Come reagisce il nostro corpo quando abbiamo paura? Che succede alle pupille, alle mascelle, al cuore, al sangue, allo stomaco, ai muscoli, al fegato, ai polmoni…? Ogni nostro organo o parte del corpo ha una reazione, un modo per prepararsi alla fuga o al combattimento e ci sono le parole giuste per descrivere le singole sensazioni.

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Questo è stato, oggi, il compito del laboratorio di scrittura creativa “Io scrivo con letizia“: non è facile raccontare davanti a tante persone una propria esperienza, ma i bambini non hanno ancora i “lacci” che si acquisiscono crescendo, per cui sono molto collaborativi, hanno voglia di parlare e, soprattutto, di imparare a dire con chiarezza ciò che provano.

Ho l’impressione che, mano mano che intuiscono che provare emozioni ed esprimerle è un privilegio… non vorranno più smettere.

Letizia Guagliardi

Perché faccio quello che faccio?

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In quale delle due espressioni ti riconosci di più? Sei più spesso come il tipo a sinistra o come la tipa a destra?

È quello che dovremmo chiederci: quello che faccio lo faccio solo per me o anche per gli altri?

È anche quello che ha chiesto un’agenzia di consulenza inglese. La sua iniziativa (riportata dal Financial Time) non è semplice. Due le regole da rispettare: rispondere rigorosamente con sei parole e fare riferimento solo al lavoro.

I premiati: un cioccolataio (“per rendere la vita un po’ più dolce”) e un tutor universitario (“perché le idee brillanti muoiono, senza incoraggiamento”).

E se la stessa domanda fosse rivolta a noi… come risponderemmo? Quello che facciamo… lo facciamo solo perché siamo obbligati o perché abbiamo trovato qualcosa che può avere un impatto positivo anche sulle altre persone?

Abbiamo capito che rendere migliore la vita degli altri migliora anche la nostra? E che è importante la motivazione che ci ispira e ci guida… nel bene o nel male? E che è la natura di questa spinta che determina il nostro conseguente stato d’animo?

Quindi… perchè faccio quello che faccio? Sono soddisfatt* delle mie azioni?

A queste domande, stavolta, si può rispondere con più di sei parole e si può far riferimento anche ad altri ambiti della propria vita.

Letizia Guagliardi

 

Università-carcere… un solido ponte di carta

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È fatto di carta – quella dei libri, delle dispense, dei quaderni, dei manuali e dei vocabolari – il ponte che collega l’Università di Cosenza con la Casa di Reclusione di Rossano. Ma è robusto, resistente alle intemperie, come tutte le cose fondate su un terreno solido.

Giovedi 31 gennaio ho avuto l’opportunità, insieme ai miei studenti, di partecipare all’inaugurazione del nuovo anno accademico nell’Istituto penitenziario ed è stata una gran bella festa, a tratti anche commovente.

Se non avessi vissuto io stessa l’esperienza del carcere – come docente, come tutor-assistente alla preparazione di un paio di esami universitari, come organizzatrice di spettacoli teatrali e come coautrice, insieme a uno dei detenuti, del libro “Sulla linea… la mia vita dietro le sbarre” (Ferrari editore) – … farei fatica a capire come sia possibile, in un luogo così, assistere a tanti piccoli miracoli di rieducazione e di riabilitazione.

Non ripeto qui, in questo post, la descrizione dei bellissimi interventi delle personalità intervenute quella mattina, in rappresentanza dell’Unical e della Casa di Reclusione, perchè l’hanno già fatto i media, fra cui il TG3.

Preferisco, invece, riportare la riflessione che un detenuto ergastolano ci ha letto, facendoci emozionare e sorridere nello stesso tempo.

Questa sua riflessione l’ha chiamata “Il cambiamento attraverso le parole” e qui mi si sono subito drizzate le antenne perchè ho immaginato, già prima che cominciasse a leggere, cosa volesse intendere:

“Quando nel 2004, dopo diversi anni in vari istituti di detenzione, sono giunto a Rossano, ho capito che la mia vita stava cambiando. Ero quasi analfabeta, avevo scoperto di essere  dislessico, eppure mi piaceva seguire la scuola (N.d.R.: nel carcere è presente la scuola media e la sezione di Meccanica dell’ ITIS “E. Majorana”) e soprattutto imparare.

Dalle letture ho capito che le PAROLE che per me sono difficili da leggere, da scrivere o da pronunciare, hanno il potere di CAMBIARE LA VITA, di DARE UN SENSO ALL’ESISTENZA, di REGOLARE I NOSTRI SENTIMENTI.

Vorrei raccontarvi com’è cambiato il mio vocabolario, come nella mia vita da ristretto i muri si allargano, perché in una dimensione senza barriere entrano PAROLE sempre nuove.

Fino a pochi anni fa, nella mia quotidianità di detenuto, sentivo e pronunciavo frasi costruite con massimo 20-30 parole: PASSEGGIO, SALETTA, CELLA, CELLANTE, SPESINO, PORTAVITTO, PIANTONE, ecc.

 Questo mondo ristretto si è poi andato arricchendo di sempre NUOVE PAROLE. Prima anche i giornali che leggevo non riuscivo a capirli e ad apprezzarli. Oggi mi sono familiari i suoni e i significati di SOCIOLOGIA, UNIVERSITA’, SCIENZA, CULTURA, SUBCULTURA

So distinguere il senso di LIBRO, generico, da VOLUME, MANUALE, SAGGIO

Il mio libro preferito è il DIZIONARIO.

I miei sforzi quotidiani e le mie energie sono tutti concentrati verso la preparazione, la buona preparazione di un esame. So cosa vuol dire “CONSEGUIRE LA LAUREA” e sentire, anche solo per una volta, il mio nome accanto al titolo di “DOTTORE IN SOCIOLOGIA“.

Mi piace sentire il telegiornale o leggere i giornali e capire se si parla di SISTEMA STATALE, PARLAMENTO, GOVERNO

Ho scoperto che la MATRICOLA è anche il mio codice identificativo di studente dell’Unical, oltre che l’ufficio dove arrivano le comunicazioni per noi detenuti; che il CELLULARE è anche il telefonino e non solo il furgone blindato usato per le nostre TRADUZIONI in sicurezza, e che anche io posso fare una traduzione in inglese o in spagnolo se solo riesco a impararli come si deve.

Insomma, IO HO CAPITO CHE “SO DI NON SAPERE“, cioè che la conoscenza è un mondo da scoprire. Penso che far germogliare il seme  della scoperta della conoscenza in un’ istituzione totale come il carcere sia il modo migliore per riportare nella giusta dimensione chi, come me, sbagliando ha meritato di essere allontanato e isolato.

L’evasione dentro il carcere, attraverso le nuove parole, i nuovi schemi mentali, è il prodotto della scelta dello studio e non finirò mai di ringraziare chi l’ha autorizzata e tutti quelli (e sono tanti) che mi hanno aiutato e mi aiutano a realizzarla”.

Sono felice di avere accompagnato i miei alunni in questa occasione così speciale: hanno potuto ascoltare con le loro orecchie quanti danni può provocare l’ignoranza e come, invece, ci si può elevare al di sopra di tutte le barriere, al di là delle sbarre, oltre ogni limite.

Non servono superpoteri. Bastano i libri, la sete di conoscenza, la fame di sapere.

Il ponte Università-Carcere è fatto di carta, è vero,  ma… è di una fibra robusta!

Letizia Guagliardi

 

 

 

Si riparte!

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Il Laboratorio di scrittura creativa “Io scrivo con letizia” riparte con altri giovani aspiranti scrittori: gli alunni della 4 e della 5 B, sempre della scuola elementare “A. Amarelli” di Porta di Ferro (Rossano).lab 4 e 5 B I incontro 2

Il viaggio nel mondo delle parole cambia i viaggiatori, per cui ci saranno nuove sorprese, altre scoperte e ancora fantastiche opportunità di liberare la fantasia, di giocare con l’immaginazione e di vedere la propria creatività all’opera.lab 4 e 5 B I incontro 3

Nella prima tappa, questa mattina, abbiamo di nuovo levato l’àncora e issato le vele: il mare della scrittura era lì, pronto ad accoglierci.

Letizia Guagliardi

 

 

I bambini ti sorprendono sempre

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E questo già lo sapevo. Ne ho avuto ulteriore conferma ora che il Laboratorio di scrittura creativa “Io scrivo con letizia” – arrivato alla 10^ tappa – fa una sosta nel fantastico mondo delle parole.

Nell’ultimo incontro io, i 40 bambini della 4 e 5 A della scuola “A. Amarelli” (Porta di Ferro – Rossano) e le loro maestre ci siamo divertiti a preparare un’intera campagna pubblicitaria: ideazione, progettazione ed esecuzione con tanto di slogan e disegni. Anche stavolta i giovani scrittori hanno fatto emergere le loro potenzialità e hanno scatenato la fantasia.

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In giro per il laboratorio volteggiavano tutte le tecniche incontrate in questo viaggio meraviglioso, magico e misterioso: acrostici, anagrammi, scrapbooking, cliffhanger, sight words, calligrammi… una festa!

O meglio… io credevo che quella fosse la festa… invece la festa l’hanno fatta loro – i bambini – a me!

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Abbracci, fiori, un bellissimo cartellone riassuntivo di tutti i dieci incontri, bigliettini con bellissime frasi, cuoricini di carta…

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Mi complimento pubblicamente con i genitori per come stanno educando i loro figli e con le maestre (Tesoretta Salatino, Gina Brunetti, Silvana Blefari, Rosa Scigliano, Gelsomina Sapia e Giovanna Tavernise): anche loro stanno svolgendo un ottimo lavoro con queste piantine in crescita. Ringrazio la Dirigente Tiziana Cerbino perché ha accolto subito e con entusiasmo questo progetto.

 Ai miei piccoli-grandi compagni di viaggio dico, prima di tutto, grazie perchè ho ricevuto da voi molto più di quanto io abbia donato a voi e… non permettete mai a niente e a nessuno di bloccare la vostra creatività!

Fa parte di tutto ciò che rende la vita abbondante e, soprattutto, con uno scopo.

Letizia Guagliardi