5 metodi efficaci per evitare gli effetti dannosi della maldicenza

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Le conversazioni inoffensive e informali a proposito di amici e di conoscenze si propongono molto spesso come uno strumento di comunicazione ed un mezzo per intrattenere delle relazioni con i nostri simili. Tuttavia nulla può giustificare il pettegolezzo pernicioso, né la calunnia. Le dicerie così diffuse fanno male e lasciano profonde ferite. Possiamo anche rovinare delle buone relazioni, compromettere la reputazione e la serenità dei nostri simili. Come fare per restare nei limiti del convenevole e non cadere nel pettegolezzo dannoso? Come evitare di essere noi stessi vittima di questa perversa abitudine?

La Bibbia offre 5 preziosi consigli.

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Il potere del pettegolezzo e Il fascino perverso della maldicenza

Oggi voglio affrontare questo tema, perché mi è stato chiesto e perché mi rendo conto, sempre di più, che non solo resiste ma è fiorente: il pettegolezzo. Sappiamo che può essere divertente e stimolante ma anche vendicativo e distruttivo. Perché una banale o anche “amichevole” conversazione molto spesso degenera in pettegolezzi nocivi? Come evitare lo slittamento in forme che si rivelano dannose?

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Sei disposto a fare un miglio in più?

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Hai notato che ci sono persone che si limitano a fare il proprio lavoro, giusto il minimo indispensabile, che aspettano la fine del mese per ricevere il compenso che gli è stato promesso?

E ti sei accorto che ci sono, invece, persone che oltre alle mansioni che gli competono fanno di più, che non gli viene riconosciuto in termini finanziari, almeno non nell’immediato?

Conosci persone che ogni giorno si recano al lavoro senza nessun entusiasmo, non vedono l’ora di ritornare a casa e quando vanno a letto pensano alla nuova (si fa per dire) giornata del solito lavoro noioso e ripetitivo?

Quante persone incontri, ogni giorno, che – al contrario – si sentono soddisfatte del loro lavoro, si sentono utili e sempre più spronate a dare il meglio di sé?

Cos’è che fa la differenza fra il primo gruppo di persone e il secondo?

Io credo che la differenza la faccia tutta il “miglio in più”, a cui accennavo un paio di post fa.

In effetti, quando svolgiamo il nostro lavoro, quello che ci fa sentire più gratificati e felici non è, paradossalmente, il tempo per il quale veniamo pagati ( lo stipendio a fine mese) ma è il tempo per il quale non riceviamo nemmeno un centesimo. L’abilità e l’esperienza che acquisiamo facendo diventare il miglio in più un’abitudine, il sentirci utili agli altri, eseguire qualcosa di nostra iniziativa che non ci viene imboccato e che serve a migliorare le cose, tutto ciò è molto più prezioso dei soldi che percepiamo.

Qualunque sia il nostro lavoro, fosse anche il più umile, cerchiamo di farlo il meglio possibile, curiamolo nei minimi dettagli perché quello che facciamo “in più” ci procura maggiori benefici dal momento che siamo noi ad avere il controllo della situazione. Nessuno ci obbliga a dare di più, lo facciamo perché vogliamo farlo.

Chi fa solo quello che gli viene detto, più o meno come si fa con uno schiavo, si sente avvilito e può anche arrivare a sentirsi depresso, a lungo andare. Ma chi sceglie di fare il miglio in più è il padrone delle sue azioni.

A questo proposito voglio ricordare ciò che disse in un’intervista Primo Levi (l’autore di Se questo è un uomo):

Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro “ben fatto” è talmente radicato da spingere  a fare bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita portandomi il cibo di nascosto per sei mesi detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra, ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi… non per obbedienza, ma per dignità professionale.

Ecco, io credo che quel muratore, pur essendo un prigioniero, in quei momenti si sentisse un uomo libero.  Proprio come può sentirsi ognuno di noi, quando percorre il miglio in più.

P.S.: Ci tengo a precisare che questo miglio in più non è una scoperta di questi tempi, è menzionato nella Bibbia, in Matteo 5:41.

“E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.”

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