Insegnanti, adolescenti e genitori… adolescenti

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I sempre più frequenti episodi di scontri verbali e/o fisici tra insegnanti, studenti e genitori mi spingono a scrivere questo post.

L’adolescenza, si sa, è sempre stata un’età un po’ delicata. È il passaggio dalla pubertà all’età adulta, una terra di mezzo dove il mare è spesso agitato, infuriano tempeste di vario tipo e l’adolescente che l’attraversa ha bisogno di adulti che lo aiutino a non essere sballottato troppo di qua e di là.

Adolescenza significa scuola superiore, corpo che cambia, prime scelte importanti, primi amori, prime preoccupazioni personali, patente di guida. A me fa venire in mente la primavera: volubile e bizzarra ma anche tenera e promettente. A volte un po’ lunatica, altre volte pigra, poi timida e subito dopo sfrontata. Ci sono giorni in cui il sole è incerto ma poi sorride entusiasta e ci sono invece giornate in cui senti un bel tepore e quando meno te lo aspetti ti investe una folata di vento fresco e repentino. Ci sono gemme che si sono dischiuse e altre che sono pronte ad aprirsi. Ma ci siamo abituati… no? Lo sappiamo che, a un certo punto, arriva l’estate (l’età adulta).

L’adolescenza non è un fenomeno recente. Shakesperare, per esempio, ne “Il racconto d’inverno”, la descriveva così: Vorrei che non ci fosse età di mezzo, fra i dieci e i ventitre anni, o che la gioventù dormisse tutto questo intervallo; poiché non c’è nulla in cotesto tempo se non ingravidare le ragazze, vilipendere gli anziani, rubare e darsi legnate.”

Risulta tutto molto attuale, vero? Il fenomeno che invece è recente è quello degli “adultescenti” (adulti che si comportano come adolescenti), padri e madri che faticano a fare i genitori e preferiscono piuttosto atteggiarsi a coetanei dei loro figli. Li accontentano in ogni cosa, li difendono sempre, non danno limiti e non stabiliscono regole. Non li equipaggiano per affrontare i problemi nè li incoraggiano a compiere scelte autonome. Non inculcano concetti tipo responsabilità, impegno, lavoro. Siamo passati da un eccesso all’altro: dai genitori padroni ai genitori servi dei capricci dei propri figli.

Come possono gli adolescenti diventare adulti se i loro genitori ritornano adolescenti?

Gli adolescenti hanno bisogno di adulti stabili,  in grado di assolvere in modo efficace il loro ruolo di educatori, che sappiano affrontare gli attacchi e i conflitti tipici di questa età. Invece vediamo in giro genitori che non si alleano più con i professori ma con il proprio figlio, che usano parole minacciose, gesti violenti e comportamenti aggressivi e lo fanno in sua presenza. Non vedono l’insegnante come un alleato ma come un nemico: appena il loro pargolo viene sgridato o prende un’insufficienza si presentano a scuola, armati in vario modo, sicuri che la “colpa” è certamente del professore di turno.

Educare (ex-ducere: “tirar fuori ciò che sta dentro”) e insegnare (in-signare “incidere nella mente”) sono due compiti molto importanti durante la traversata della terra di mezzo. Genitori e insegnanti, avendo a cuore il bene del ragazzo che sta crescendo, devono tornare a capirsi, imparare a comunicare, devono costruire insieme, devono riconoscere il valore del patto educativo fra scuola e famiglia. Devono aiutare, insomma, la fragile gemma a sbocciare in modo sano… per affrontare il sole forte dell’estate.

Sono richiesti, ancora una volta, coraggio e amore.

 

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Me l’hanno promesso!

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Non vedo l’ora: dal 5 marzo la vita di tutti noi diventerà più bella!

Non nomino i politici che ce l’hanno promesso perché potrei dimenticarne qualcuno e poi ci resterebbe male ma, per quanto mi riguarda, non pagherò più il bollo della macchina, nè le tasse universitarie dei miei figli e nemmeno il canone Rai! Se mi gira, potrei anche smettere di lavorare: mi hanno promesso un reddito minimo garantito di 780 euro mensili e andrà ancora meglio per chi ha moglie e figlio a carico… 1250 euro! Non ci sarà più il rischio di licenziamento perché, hanno promesso, aboliranno il Jobs Act e, grazie alla flat tax, verranno azzerate le somme in sospeso con Equitalia pagando solo un minimo di quanto dovuto! Oh… il 5 marzo mi sentirò più leggera, anche perché mi hanno promesso che tutti i soldi che guadagnerò (se decido di continuare a lavorare) saranno tassati al 15% e non dovrò più andare in pensione a 67 anni ma a 60 (con una pensione minima di 1000 euro). Ma che voglio di più?!

Chiudo questa piacevole parentesi perchè non è questo l’argomento del post di oggi. Oggi voglio parlare di CREDIBILITA’.

Aristotele la considerava una qualità che appartiene alla persona: è credibile chi è onesto, sincero, coerente e affidabile. Sono d’accordo ma aggiungo che la credibilità deve anche essere riconosciuta dagli altri. Ciò spiega perché una persona è credibile per qualcuno ma non lo è per altri. A mio parere la credibilità si basa su una reputazione che si acquisisce, si consolida e si prova nel tempo e ogni volta deve essere riconquistata, ricostruita, aggiornata. Ma quali sono le caratteristiche che fanno di noi una persona credibile? Secondo me sono essenzialmente tre e iniziano tutte con la C:

CONOSCENZA e COMPETENZA Io, come insegnante, devo essere riconosciuta esperta della mia disciplina e lo stesso vale, per esempio, per il dottore (riconosco che è capace di curarmi) o per l’idraulico (so che, se chiede il suo intervento, sarà capace di aggiustarmi il rubinetto che perde). In pratica, mi fido di loro perchè ogni volta ho fatto esperienza che “sanno quello che dicono” e “se ne assumono la responsabilità”.

COERENZA – Una persona è credibile se è coerente in quello che dice e in quello che fa.  I valori che dice di possedere devo vederli manifestati nel suo comportamento.

Concludo con il grande Totò, in questo periodo più attuale che mai. Mi è venuto in mente il suo famoso comizio elettorale nel film “Gli onorevoli” (puoi vederlo su Youtube) quando, nei panni di Antonio La Trippa, parlava alla folla di Roccasecca riunita in piazza:

-Se io vi dicessi che una volta eletto mi batterei per Roccasecca, il nostro amato paese, e farei costruire scuole, strade,  acquedotti, case… case… voi mi credereste?

-Sìììì!!!

-E se io vi dicessi che questi signori sono persone onorevoli, degne di pregiarsi di questo appellativo…”parlamentare” e che adopereranno i vostri voti per il bene del vostro paese… voi mi credereste?”

-Sìììì!!!!

-E allora sapete cosa vi dico? Siete degli ingenui, dei fessacchiotti, dei deficienti, degli incoscienti! Perché io, una volta eletto, per Roccasecca non potrò fare un cacchio! Dico un cacchio perché questi signori una volta eletti poseranno i loro sporchi deretani sugli scanni della Camera e penseranno solo ai loro sporchi affari e vi faranno fessi perché sono papponi! PAPPONI!

Vuoi vedere che Antonio La Trippa, pian pianino, mi toglie il piacere dell’attesa del 5 marzo?

 

 

Se i bulli sono una piaga mettiamo il dito nella piaga

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Il 7 febbraio anche nella mia scuola (l’Istituto Tecnico Industriale “E. Majorana” di Rossano – Cs) si è parlato di cyberbullismo, cioè del bullismo digitale.

In questo post, invece di affrontare tale fenomeno dal solito punto di vista – le vittime – voglio guardarlo da un’altra prospettiva: voglio osservare i cyberbulli. Anche loro sono delle vittime.

Quando ero in terza media, siccome mi piaceva studiare e prendevo anche bei voti, per alcuni mesi venni presa di mira da un compagno di classe, noto bullo in tutta la scuola, più grande di me di un paio d’anni perché bocciato due volte. Aveva atteggiamenti prepotenti anche nei miei confronti: mi prendeva in giro perchè facevo i compiti, mi chiamava secchiona (o con altri termini simili) perchè ottenevo buoni risultati, mi derideva e faceva continue battute sul mio conto, appoggiato anche da altri due suoi compari, anche loro approdati nella mia classe quell’anno. Inutile dire che ne soffrivo, li temevo e li evitavo. Un giorno la prof di Italiano ci chiese (a me e a chi andava meglio nella sua materia) di fare una ricerca e di formare dei piccoli gruppi di studio ed io… scelsi proprio loro tre! Non so perché lo feci, ne fui meravigliata io stessa e, soprattutto, lo furono loro. Come andò? Benissimo: scoprii che mi prendevano in giro perchè avevano tante lacune da colmare (e non solo in Italiano), perché, essendo più grandi, si vergognavano di essere ancora alle medie, perchè gli dava fastidio il fatto che gli insegnanti avessero una buona opinione di me e non di loro, perchè i loro genitori lavoravano tutto il giorno e non avevano nessun controllo su quello che facevano, perchè nessuno li ascoltava e ne soffrivano. Risultato? Durante gli incontri pomeridiani per svolgere la ricerca assegnataci ci mettemmo a parlare, scoprimmo di avere un interesse in comune (la musica), loro scoprirono che non ero antipatica come credevano, io scoprii che loro non erano così temibili come pensavo. Le nostre prospettive cambiarono perché ci confrontammo e il problema si risolse.

Con Internet oggi le cose sono più difficili perchè i bulli si nascondono dietro uno schermo e sono molto più pericolosi perchè, facendo leva sull’anonimato, osano molto di più.

Il cyberbullismo, come qualsiasi altro nemico, bisogna conoscerlo a fondo per poterlo distruggere. Ecco una serie di considerazioni mie personali (quindi contestabili), frutto della mia esperienza (di adolescente, di mamma e di insegnante) su bulli e cyberbulli.

1) Già i bambini di sei-sette anni hanno un cellulare e molti di loro hanno genitori o adulti di riferimento che non vigilano sull’uso che ne fanno.

2) Molti ragazzi (ma anche tanti adulti) usano lo smartphone per riprendere e condividere tutto quello che fanno o che vedono e spesso lo fanno senza regole e senza valori. Molti si riprendono in pose e atteggiamenti che rivelano la loro consapevolezza completamente distorta della realtà e, se interpellati, rispondono che “è normale” e che “non ci vedono niente di male”.

3) Quasi tutti i cyberbulli asseriscono di non rendersi conto di violare l’altro, quando fanno commenti sgradevoli in rete o quando attribuiscono un’etichetta negativa a qualcuno. Non hanno nessuna consapevolezza delle conseguenze delle loro azioni e non danno il giusto peso alle parole che usano.

4) Non conoscono la differenza fra gioco,  scherzo e prevaricazione. Dicono che “è solo per scherzare, per passare il tempo”.

5) Non sono abituati a interagire con gli altri. Spesso sono a casa da soli, in compagnia dello smartphone o davanti al computer. Non sanno cosa vuol dire conversare, collaborare, condividere (se non foto, video, giochi online).

6) Il bullo non ama se stesso, di conseguenza non ama gli altri. Non sa come gestire la propria vita, spesso vuota e noiosa, e cerca di riempirla in questo modo, divertendosi a spese della sua vittima.

7) Ha poche regole e ha difficoltà a seguirne altre, ha pochi adulti intorno a sè che, spesso, sono essi stessi bisognosi come lui.

CHE FARE?

Noi adulti (genitori, maestri, professori) non dobbiamo dimenticare che il nostro esempio è il miglior metodo di insegnamento (nel bene e nel male) e dobbiamo stare attenti al comportamento dei bambini o dei ragazzi affidati alle nostre cure. Attenti a cosa?

  • Alle parole che usano, a certi atteggiamenti prepotenti, aggressivi, violenti, prevaricatori;
  • come si rivolgono ai loro pari, ai genitori, agli insegnanti;
  • se non dimostrano compassione per le persone che soffrono o che sono vittime della prepotenza altrui e se non sanno immedesimarsi negli altri.

Il cyberbullo è una vittima nella vita reale ma è un carnefice in quella virtuale.

Gli errori più comuni:

  • credere che il bullo sia una persona forte. È il contrario: è debole perchè ha bisogno delle continue conferme degli altri, di quelli che ridono delle sue battute, perché ha bisogno del suo pubblico e più riceve like, più viene ammirato, più si accorge che i suoi followers ridono, commentano e condividono le sue “prodezze” online… più lui è spronato a prendere di mira qualcuno, anche a caso, dipende dalla situazione e dal momento;
  • credere che il bullo debba essere per forza figlio di un pregiudicato o di qualcuno povero e disadattato. Oggi sono sempre di più i bulli che appartengono a famiglie agiate.

Di cosa ha bisogno il bullo? Di adulti di riferimento che lo ascoltino, soprattutto quando non parla; che lo aiutino a rinforzarsi e a colmare i propri vuoti; che gli insegnino ad avere stima di se e del proprio valore, ad amarsi, ad amare.

Il cyberbullo è un nemico invisibile, perciò subdolo. Dietro lo schermo, però, si cela una persona che magari gira in casa nostra o che frequenta la nostra scuola e questa persona non è invisibile, la possiamo vedere e toccare. Si tratta di arrivare al suo cuore.

Si tratta di amarla.

 

Vietato l’ingresso ai ragni e ai Visigoti

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Giosuè: Perché i cani e gli ebrei non possono entrare babbo?
Guido: Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Eh, ognuno fa quello che gli pare Giosuè, eh. Là c’è un negozio, là… c’è un ferramenta no? Loro per esempio non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli eh, eh… e coso là, c’è un farmacista no: ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dico “Si può entrare?”, dice “No, qui i cinesi e i canguri non ce li vogliamo”. Eh, gli sono antipatici oh, che ti devo dire oh?!
Giosuè: Ma noi in libreria facciamo entrare tutti.
Guido: No, da domani ce lo scriviamo anche noi, guarda! Chi ti è antipatico a te?
Giosuè: I ragni. E a te?
Guido: A me… i visigoti! E da domani ce lo scriviamo: “Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti”. Oh! E mi hanno rotto le scatole ‘sti visigoti, basta eh.   (La vita è bella – dialogo fra papà Guido- Roberto Benigni e il figlio Giosuè)

Ogni volta che leggo questo scambio di battute non riesco a non sorridere: per l’ironia, per l’intelligenza e per l’amore con cui questo papà avvolge la stupidità, l’ignoranza e la chiusura mentale di certi adulti per presentare quell’orrenda realtà al proprio bambino. Gli prospetta questo fatto, piuttosto strano agli occhi del piccolo, come un gioco: ognuno, sulla porta del proprio negozio, su un cartello può vietare l’ingresso a chi gli pare, a chi gli sta antipatico. Tenero il bambino che non indica un tipo particolare di persone ma i ragni (ma quelli, si sa, si presentano anche senza permesso) e geniale il papà che indica i… visigoti!

Di tutt’altra natura, invece, la proposta (rimasta tale, meno male) di qualcuno che alcuni anni fa voleva riservare dei vagoni della metropolitana solo ai milanesi, o solo agli extra comunitari.

Purtroppo reali i cartelli che vietavano l’ingresso ai cani e agli italiani, poi ai cani e ai meridionali (i cani venivano sempre prima), alle persone di colore, ecc.

La notizia è di pochi giorni fa: una signora si sente poco bene e si reca, ovviamente, in un ambulatorio per farsi visitare. Ma lì fa una spiacevole scoperta: il dottore di turno è… di colore! Come lo vede glielo dice subito: “Io non mi faccio toccare da un negro!” E se ne va via, ovviamente. Meglio tenermi il dolore, avrà pensato, che affidarmi a lui.

Geniale, anche in questo caso, la pronta risposta del dottore: Grazie, ho quindici minuti per prendere un caffè.

L’ironia è sempre l’arma migliore in casi come questi, quel tipo di ironia che non distrugge ma crea, che invita a riflettere. Come faceva Gesù, con le sue parabole. Io me lo immagino, sorridente, mentre le raccontava, e noi oggi, dopo averle lette, sorridiamo. E poi  riflettiamo sul loro significato.

È di ieri la notizia che un ragazzo italiano ha fatto tiro a segno sui passanti e ha ucciso solo negri, ne ha uccisi sei prima di essere fermato. Un’azione programmata dettata dall’odio razziale o dalla volontà di vendicare Pamela, uccisa e fatta a pezzi da un nigeriano? Il razzismo si sta alimentando? Come si combatte il dilagare di tanta follia? Quello che è stato fatto finora è stato efficace? Perché la lezione della Storia non è stata ancora ben assimilata? Tante domande… una sola risposta: il messaggio evangelico è sempre più urgente e deve iniziare fin dai primissimi anni di vita del bambino.

Ecco perché un gran numero di commemorazioni, da sole, non bastano più se non fanno parte di un programma mirato che, partendo dall’infanzia, inculchi nella persona il seme dell’amore, del rispetto, dell’unione, dell’altruismo.

Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere;

anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà (Prov. 22:6)

Ho una curiosità: quella signora si sarà messa alla ricerca di un altro ambulatorio o sarà tornata a casa (tenendosi il dolore) ad aspettare il giorno dopo e quindi un altro medico di turno? Io spero che, in ogni caso, abbia riflettuto sulla risposta del dottore.