Io gioco con lealtà

Si è concluso ieri il torneo di calcio “Io gioco con lealtà” organizzato dall’IIS “E. Majorana” di Rossano.

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Eravamo tutti insieme, studenti e docenti, riuniti nel Centro Sportivo “Rossano Sport” per assistere alla finale.. divertimento, sana competizione, allegra partecipazione.

IO… perchè ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni.

LEALTA’… perchè spetta a ciascuno di noi scegliere di essere leali e chi è leale nel gioco e nello sport lo è anche nella vita.

È il filo conduttore di questo progetto – ideato e realizzato dal mio collega, il prof. Nicola Calabretta – che per vari mesi ha allenato, incoraggiato e motivato i calciatori-studenti. Soprattutto, ha saputo trasmettere loro l’entusiasmo e la gratificazione che deriva da un’attività fatta bene.

Lo scopo principale di questo torneo, come anche quello degli altri progetti realizzati nella nostra scuola, è stato quello di acquisire e potenziare i valori che ci permettono di avere una vita sana e abbondante: saper giocare (e lavorare) insieme agli altri, rispettare le regole e gli avversari, scoprire i propri limiti e cercare di superarli, imparare a saper controllare la violenza fisica e verbale, accettare le sconfitte e riprovarci, capire che impegno=risultato.

Anche questa è stata una bella giornata, un “fuori scuola” utile per tutti noi. Prima di tornare a casa… premiazioni, applausi, foto, risate. E la consapevolezza che il “fair play” (il gioco leale, corretto) deve diventare un modello di vita, oggi più che mai.

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Oggi scelgo questa frase, per concludere il mio post, perchè riflette il modo di pensare di tutta la squadra del “Majorana”, capitanata dalla Dirigente Pina De Martino:

Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla.  (Pierre de Coubertin)

Ciò vale per il gioco… e per la vita, naturalmente.

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La mafia uccide le donne anche d’estate

Questo è il titolo di un convegno al quale ho partecipato alcuni giorni fa, organizzato dalla FIDAPA e dall’ ITIS “E. MAJORANA” di Rossano.

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Nell’Auditorium “Alessandro Amarelli” abbiamo avuto la sensazione che le donne coraggiose che abbiamo ricordato (fra le 157) camminassero lievemente in mezzo a noi, sorridendoci e incoraggiando i nostri studenti a dare il meglio di sè davanti ad un pubblico attento e partecipe. Così è stato: hanno letto, cantato e suonato facendoci emozionare fra un intervento e l’altro (della Preside Pina De Martino, della presidente della Fidapa di Rossano Giuseppina Santagada, di don Pino Madeo e del Ten. Carlo Alberto Sganzerla).

Sono donne che si sono trovate a vivere in una situazione di paura e di repressione, hanno conosciuto l’angoscia e il dolore, quello immenso che solo una madre può provare quando perde un figlio. E allora hanno attinto al coraggio e alla determinazione che erano dentro di loro e hanno detto basta, pur consapevoli della posta in gioco.

Alcune sono diventate attiviste, altre (forse perchè ancora troppo giovani) non ce l’hanno fatta a superare le mille difficoltà che una decisione del genere comporta e si sono suicidate, altre sono state fermate prima che la loro lotta per la ricerca della giustizia, della verità e della libertà che erano state loro negate andasse avanti.

Tutte, comunque, hanno seminato il bene. E hanno dimostrato che tutti noi siamo responsabili degli atteggiamenti mafiosi del nostro vivere quotidiano, anche di quelli piccoli, apparentemente innocui. Siamo responsabili quando preferiamo le scorciatoie, quando accettiamo i compromessi, quando ci pieghiamo alle soluzioni superficiali, furbe e convenienti, ai mezzucci che vanno a favore dei nostri interessi particolari e non al bene comune.

È stata letta la poesia che Felicia Impastato ha dedicato al figlio Peppino, ucciso nel ’78. L’ha scritta in siciliano e ogni volta che la leggo il mio cuore di mamma batte più forte. La riporto qui in italiano:

Questo non è mio figlio.

Queste non sono le sue mani,

questo non è il suo volto.

Questi brandelli di carne non li ho fatti io.

Mio figlio era la voce

che gridava nella piazza

era il rasoio affilato

delle sue parole

era la rabbia

era l’amore

che voleva nascere

che voleva crescere.

Questo era mio figlio

quand’era vivo,

quando lottava contro tutti:

uomini di panza

che non valgono neppure un soldo

padri senza figli

lupi senza pietà.

Parlo con lui vivo

non so parlare

con i morti.

L’aspetto giorno e notte,

ora si apre la porta

entra, mi abbraccia,

lo chiamo, è nella sua stanza

a studiare, ora esce,

ora torna, il viso

buio come la notte,

ma se ride è il sole

che spunta per la prima volta,

il sole bambino.

Questo non è mio figlio.

Questa bara piena

di brandelli di carne

non è di Peppino.

Qui dentro ci sono

tutti i figli

non nati

di un’altra Sicilia.

(Felicia, la madre di Peppino Impastato. Cinisi, 1979)

Lei era esile, ma la perdita del figlio e la volontà di continuare la sua lotta l’hanno resa fiera e maestosa come una leonessa. È morta nel 2004 ma le sue parole, rivolte ai giovani, ancora risuonano, forti e invincibili come la forza delle donne:

Studiate, ragazzi, tenete la testa alta e la schiena dritta.

Perchè c’è chi fa affidamento sulla paura, sull’indifferenza, sul silenzio, sull’ignoranza. Soprattutto, preferisce il buio.

  • Nella foto in alto, alla mia sinistra, la preside Pina De Martino; alla mia destra la mia mamma. Auguri a lei, a me, alle mamme e a tutte le donne.

 

Un’alternanza scuola-lavoro… un’opportunità, tante prospettive.

Come nascono le idee? Come si intravedono le opportunità?

Da piccola m’immaginavo uno scienziato chiuso in un laboratorio, i capelli arruffati, isolato da tutti e da tutto, che dimenticava di dormire e perfino di mangiare fino a quando… non gli veniva il colpo di genio!

Per fortuna non è così (o non lo è più). Al contrario, sono proprio gli ambienti aperti, lavorare insieme ad altre persone, condividere e fare rete a stimolare la creatività, a generare nuovi modi di pensare, a far individuare le opportunità e a creare nuove prospettive.

Certo, ci sono luoghi che sono più favorevoli allo sviluppo delle idee innovative, spazi aperti e condivisi che permettono alle idee di evolvere, di maturare e di crescere. Questo lo sa bene Maurizio Infusino, imprenditore e amministratore unico del FabLab ARDUINER  dell’azienda Together Team di Rende (Cs).

La Together Team (non a caso lui ha scelto queste due parole: Insieme e Squadra) è un laboratorio di fabbricazione digitale che mette a disposizione della collettività risorse, spazi, macchinari e competenze.

È qui che ho accompagnato, insieme ad altri colleghi, gli studenti del settore Elettronica e Informatica (ITIS “E. Majorana” di Rossano) per un’interessante esperienza di alternanza scuola-lavoro e sono entrata così in un mondo che guarda ad un futuro che è già presente.

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Questo mondo mi ha affascinata fin da subito, appena entrata nel FabLab (confesso che credevo che Fab fosse l’abbreviazione di Fabulous e non di Fabrication!)

Ho osservato i miei alunni all’opera sui droni, assistiti da tutor ed esperti, e ho spalancato gli occhi davanti alle straordinarie foto di località italiane scattate da droni gestibili da remoto che possono muoversi sui territori.

Ho ascoltato Maurizio rivolgere loro messaggi incoraggianti sull’importanza di credere nei propri sogni e di impegnarsi per realizzarli (musica per le mie orecchie!)

Ho visto il mio collega Giuseppe Sposato (esperto e coordinatore di progetti di alternanza scuola-lavoro) sorridere soddisfatto perchè anche quest’anno (sono tre anni che lui accompagna qui i nostri alunni) questa esperienza ha portato a dei risultati concreti, soprattutto alla consapevolezza che la buona riuscita di un’idea deriva dalle piattaforme di relazione e di comunicazione.

A questo proposito, Maurizio ha spiegato che ora sono concentrati sul completamento della filiera della Canapa Calabrese con l’utilizzo della blockchain, per questo stanno creando un settore elettronico che possa tenere sotto controllo le serre idroponiche. Lui ama la Calabria e ne vede le opportunità, che derivano soprattutto dall’agricoltura: è da qui che lui e la sua Together Team partono per rilanciarla sul piano economico e sociale.

Maurizio è un visionario che crea, realizza e nel frattempo si allena a vedere oltre. Un innovatore focalizzato sugli obiettivi, un curioso che si mette sempre alla prova e non ha paura di sbagliare.

Sono contenta di averlo conosciuto perchè mi piacciono le persone così: davanti a una nuova sfida non dicono mai “ma… chissà… vedremo… e se poi…”: quando scorgono un’opportunità gli si illuminano prima gli occhi, poi il cuore e il cervello e affermano: “mi piace… si può fare… perchè no?…”

Sempre con coraggio e umiltà, però, perchè persone così sanno che hanno sempre da imparare, sempre da migliorare. È questa la chiave del successo.

Un libro, un pugno e una carezza.

Ci sono libri che ti agguantano fin dalla prima pagina.

E scopri che ti piace essere stuzzicato da quella frase morbida che ti fa passare alla successiva. E qui trovi una parola che graffia, un’altra che ti pungola e altre due o tre che ti fanno sentire un nodo in gola. Vorresti fermarti, ma  arrivi su un’altra pagina e qui ti riposi su un lungo periodo che ti avvolge, ti fa sentire bene, ti coccola. Qui le parole sono carezzevoli, intriganti e mentre ti ci distendi sopra… loro ti accompagnano nei capitoli seguenti. E qui ricevi un bel pugno nello stomaco, senti le lacrime che inumidiscono le ciglia e ti senti sprofondare in un abisso insieme al protagonista della storia.

E allora pensi: ma io mi ci trovo già in un abisso…

Ed ecco che arrivano le parole che ti spronano, i verbi che ti incitano all’azione: rialzati… aggrappati… smettila di lamentarti…

A questo punto ti rendi conto che se ce la sta facendo lui, che è messo peggio di te, forse… ce la puoi fare anche tu.

E ti inoltri nella lettura, non ne puoi fare più a meno. Ti immergi in un lago placido e ti lasci avvolgere da un senso di benessere. All’improvviso, le acque si agitano e quel lago diventa un fiume in piena, poi un mare che apre le braccia e ti accoglie per farti riposare un po’.

È bello sentire le piccole onde che ti cullano finchè… non arrivano i venti di tempesta.

Di nuovo devi agire, ormai sei troppo lontano dalla riva, un po’ più vicino alla meta, quindi ti metti a nuotare, dai vigorose bracciate, incoraggiato anche dalle pagine finali che ti soffiano parole di speranza: riuscirai ad uscire dalla tempesta se...

Ce ne sono di libri così, che non ti lasciano indifferente. Storie che ti cambiano in meglio, che ti provocano, che ti ispirano.

Uno di questi è stato protagonista del convegno organizzato dall’Università della Calabria lo scorso 24 Aprile: “Sulla linea… la mia vita dietro le sbarre” di Francesco Carannante e Letizia Guagliardi – Ferrari Editore.

Questo post vuole essere un piccolo mezzo per ringraziare tutti i relatori (fra cui il Rettore, il prof. Crisci) che hanno espresso magnificamente le loro riflessioni sul libro.

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Un altro ringraziamento va al pubblico presente in sala, soprattutto agli studenti che, nonostante la splendida giornata di sole, sono stati seduti  per tre ore invece di passeggiare per i viali dell’Ateneo.

Un grazie grande… enorme va a questo libro che mi permette di accompagnarlo dove lo invitano e mi fa conoscere tante belle persone.

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Perchè i buoni libri fanno anche questo: quando li apri e cominci a leggerli… apri e leggi  te stesso, ti fanno viaggiare, conoscere persone nuove, ti spronano all’azione, ti ispirano idee.

Stai attento, però: una volta che hai preso il vizio di leggere… non vuoi più smettere.

Se vuoi saperne di più, leggi questo interessante articolo:

wwwfattialcubo – La storia di Francesco, detenuto e laureato Unical, diventa un libro.

Sei un insegnante se…

Sei un insegnante se… almeno una volta ti hanno detto: “Beato te che lavori solo 18 ore alla settimana!” oppure: “Beato te che hai tre mesi di vacanza consecutivi!”

Sei un insegnante se… non provi neanche a dimostrare che non è così ma ti soffermi, invece, a sentire che il tuo cuore batte più forte: ti sei appena accorto che negli occhi dei tuoi  alunni brilla una lucina. È il segnale che il messaggio da te è entrato in loro.

Sei un insegnante se… entrando in aula, devi fare il domatore perchè due o tre si stanno acciuffando per i capelli o si danno calci.

Sei un insegnante se… prima di entrare in quella classe, volevi essere un direttore d’orchestra.

Sei un insegnante se… ogni pomeriggio, a casa, ti spremi, ti ingegni, ti arrovelli per rendere la tua lezione di domani accattivante, coinvolgente, avvincente (o memorabile, perchè no?)

sei un insegnante...

Sei un insegnante se… prima di iniziare la tua lezione accattivante, coinvolgente, avvincente (e anche memorabile) devi prima sistemare alcune cosette: 1) il bambino/ragazzo che si alza senza motivo; 2) il bambino/ragazzo che spinge un compagno; 3) il bambino/ragazzo che lancia una pallottola di carta (o un pezzetto di gesso) e l’altro rilancia.

Sei un insegnante se… a colloquio con i genitori, provi un intenso piacere nel constatare che c’è empatia tra te e loro: vi accordate per collaborare entrambi affinchè la “pianticella” cresca nel miglior modo possibile.

Sei un insegnante se… a colloquio con i genitori (ma anche, improvvisamente, durante la lezione), ti fanno uscire dall’aula per: 1) chiederti perchè hai sgridato il loro pargoletto (a loro non sembra che abbia fatto qualcosa di sbagliato); 2) perchè hai messo un’insufficienza su un compito in classe (a loro non sembra che sia così pieno di errori o, anche se ce ne sono tanti, effettivamente, a loro non sembrano così gravi); 3) perchè hai sequestrato il cellulare al loro ragazzo/a per tutta un’ora (una sbirciatina ogni tanto… che male c’è?)

Sei un insegnante se… invece di piombare in classe, ti aspettano al parcheggio. Solo che, invece di tornare subito a casa, passi prima al Pronto Soccorso.

Sei un insegnante se… a volte provi l’impulso di urlare come Tarzan nella giungla per chiamare a raccolta tutti gli animali, o di strozzare qualcuno dei tuoi alunni (o di legarlo alla sedia, o di ipnotizzarlo per una mezz’oretta).

Sei un insegnante se… riesci a domare anche questo istinto e mantieni un ottimo autocontrollo: sai che sei un esempio per loro, nel bene e nel male.

Sei un insegnante, infine, se… rinunci a rispondere a chi vede solo la punta dell’iceberg del tuo lavoro (le 18 ore settimanali) e non si accorge di quello che c’è sott’acqua.

Perchè sei un insegnante e sai che la tua priorità sono i tuoi alunni, ognuno con i propri bisogni, il proprio cuore, la propria mente…

Capita sempre più spesso che devi fare il domatore ma… comunque, ogni mattina, ti rechi a scuola con la voglia di fare il direttore d’orchestra.

 

 

 

Le notizie sono come l’acqua. E allora… che sia acqua pulita!

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Lo scorso 10 Aprile il quotidiano online Ionionotizie.it – diretto dal dott. Antonio Iapichino – ha festeggiato i suoi primi 10 anni.

Pubblicare un quotidiano cartaceo, venderlo e attirare ogni giorno l’interesse e la curiosità del lettore è difficile; pubblicare un quotidiano online è, secondo me, ancora più difficile. Il lettore sul web è esigente, molto selettivo, distratto, ha poco tempo e se le prime righe che legge lo annoiano passa oltre. Basta un semplice click.

Quante notizie ci arrivano ogni minuto? Una quantità enorme, di ogni genere, da diverse fonti, alcune (poche) serie e affidabili, altre (tantissime) prive di scrupoli. E allora spetta al lettore (se vuole) la scelta di chiudere il rubinetto dell’acqua inquinata: notizie false, allarmistiche, sensazionalistiche, insignificanti… e lasciare aperto, invece, quello dell’acqua pulita: notizie che raccontano la verità dei fatti, informazione utile, articoli di qualità. Perchè informare significa anche formare.

Ionionotizie.it è un servizio pubblico che da un decennio offre ai lettori una gamma di notizie sempre aggiornate, divise per categorie: attualità, politica, cultura, scuola/università, sociale, sport… Anch’io ho una rubrica tutta mia: Mercolediconletizia.

Per i numerosi lettori è sicuramente un punto di riferimento perchè ne colgono l’utilità, perchè riflette i valori della nostra società, perchè tutto è raccontato in maniera pulita ed equilibrata, senza spettacolarizzazione o approssimazione, senza cinismo e invidia, senza falsi moralismi. L’informazione, cartacea e online, è uno strumento molto potente, nel bene e nel male e Ionionotizie.it ne fa un uso ponderato.

Riconosco nel dott. Antonio Iapichino il senso del lavoro fatto bene, quello deriva dall’entusiasmo, dalla passione e dalla voglia di contribuire al miglioramento e alla crescita di tutti. Vedo in lui competenza e professionalità, buon senso, coerenza e responsabilità, accompagnate da umiltà e discrezione. Ne percepisco la visione, la missione e gli obiettivi. Auguro a lui e a tutto lo staff di Ionionotizie.it di continuare a distribuire acqua pulita perchè questo è il compito di un bravo e serio giornalista, questo è il dovere di ogni essere umano.

Guardiamo alle stelle e non ai nostri piedi

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Guardate alle stelle, non ai vostri piedi. Siate curiosi. E per quanto difficile la vostra vita possa sembrare, sappiate che c’è sempre qualcosa da poter fare, o nella quale possiate aver successo. Quello che conta è non arrendersi. (Stephen Hawking)

Aveva 21 anni, questo celebre astrofisico e cosmologo, quando gli fu diagnostica la malattia dei motoneuroni. Aspettativa di vita: 2 anni.

E allora si è dato da fare. Sente il tempo che lo rincorre e lui corre più veloce ancora, dietro i suoi sogni. Sposa la sua amata Jane, hanno 3 figli, insieme studiano, fanno ricerche e scoperte importanti, affrontano sfide, superano sconfitte, ottengono successi.

Ad un certo punto non riesce più a camminare e si siede su una sedia a rotelle, dalla quale non si alzerà più. A poco a poco, oltre all’uso delle gambe, perde anche quello delle braccia, delle mani, della testa. Poi è la bocca a non muoversi più e perde l’uso della parola. Ma riesce lo stesso a comunicare e a farsi capire, servendosi della tecnologia. Perde molte cose nel corso degli anni ma la voglia di vivere, l’entusiasmo e la curiosità se li tiene stretti.

Il suo corpo si restringe sempre di più. La sua mente, al contrario, si espande. Non può muoversi ma esplora i limiti dello spazio. Gli avevano detto che la sua vita sarebbe finita presto, molto presto e lui decide di impiegare bene il tempo a sua disposizione. È ridotto all’immobilità quasi totale (solo movimenti minimi della bocca, della guancia destra e del bulbo oculare) e con questi continua a comunicare, a studiare, a vivere: si serve di un sistema di riconoscimento facciale che traduce in parole e frasi questi piccoli cenni.

Il suo corpo è bloccato, imprigionato, ma lui non lo permette al suo spirito. Quello, non sta mai fermo: cammina, corre, salta, danza, fa piroette. Passeggia fra le stelle e scopre i buchi neri.

E se anche noi vivessimo con la consapevolezza che ogni giorno ci viene offerto un dono di 24 ore? E se cominciassimo (chi ancora non l’ha fatto) a guardare le stelle, il cielo e tutto quanto ci sta intorno? E se smettessimo di guardarci i piedi, di tenere sempre la testa poggiata sul petto e gli occhi semichiusi? Credo che si scoprirebbero cose davvero interessanti: che dai buchi neri si può uscire, per esempio, e che possiamo essere utili, a noi stessi e agli altri.

Stephen Hawking è morto lo scorso 14 marzo, ben 53 anni dopo la terribile diagnosi. Voleva scoprire la Teoria del Tutto, cioè la formula che tiene insieme l’universo, poi cambiò idea perchè capì che si rimaneva sempre nel campo delle ipotesi.

Secondo me, questa formula è l’amore. Ed è alla portata di tutti.